GRANELLO DI SABBIA (n°213) Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC Venerdì 28 maggio 2010

E’ un po che mi arrivano le mail dalla redazione attac italia, questa ve la giro perchè è parecchio interessante
 
IL COLLEGATO LAVORO E I DIRITTI DEI LAVORATORI
 
Promemoria
 
Dal 1° gennaio al 28 maggio 2010:
 
425 morti sul lavoro
10.643 invalidi
425.730 infortuni
 
 
Indice degli argomenti
 
 
1) Il collegato lavoro e i diritti dei lavoratori
Il Parlamento sta approvando un disegno di legge che farebbe
tornare indietro di 60 anni le leggi di tutela dei diritti dei
lavoratori
 
2) L’Italia senza politica
Di Stefano Rizzo
Afghanistan, sono morti altri due soldati italiani. Ora, come altre
volte ogni qual volta vi sono caduti italiani, si riaprirà il dibattito
su cosa ci stiamo a fare, con quelli che chiederanno (già lo chiedono)
il ritiro e quelli che insisteranno sull’importanza della missione di
pace
 
3) Rapporto 2010 sull’export di armi: dati e prime analisi!
Il 29 marzo 2010 la Presidenza del Consiglio ha reso pubblico il
Rapporto sull’Esportazione di armamenti italiani relativi all’anno 2009
(L’intera Relazione sarà disponibile appena consegnata al Parlamento).
Segnaliamo qui le prime analisi e commenti
 
4) La "mano morta" del capitalismo all’attacco di Euro,
dollaro e governi "amici"
Di Bankor*
C’è uno spettro che si aggira per l’Europa: non è il comunismo di
marxiana memoria. E’ la "mano morta" del capitalismo di Adam Smith!
 
5) Cari lettori, sapete che per mantenere in Italia 113
basi Usa e 90 bombe atomiche noi contribuenti spendiamo mezzo miliardo
di dollari all’anno?
di Marco Cedolin (scrittore, collabora a vari siti web, appartiene
al Movimento No Tav, vive in Val di Susa)
 
 
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SUGGESTIONI DI LETTURA
di Ugo Mattei
 
Potrebbe essere stata raccolta in uno dei banchetti lungo
l’itinerario della marcia per la pace Perugia-Assisi la simbolica firma
500.000 (mezzo milione) che ci consente di entrare in una nuova fase
della nostra campagna per l’acqua bene comune. Naturalmente continueremo
a raccogliere firme fino al 21 luglio perché il peso politico è
direttamente proporzionale al loro numero, ma…
 
 
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1) Il collegato lavoro e i diritti dei lavoratori
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Il Parlamento sta approvando un disegno di legge che farebbe
tornare indietro di 60 anni le leggi di tutela dei diritti dei
lavoratori. Gli aspetti più devastanti sono:
• la possibilità (o l’obbligo a seconda di quanto deciderà in via
definitiva il Parlamento) di una rinuncia preventiva a rivolgersi al
giudice nelle controversie col datore di lavoro e l’impegno ad accettare
la decisione di arbitri privati;
• la possibilità per gli arbitri di decidere secondo equità,
disapplicando le norme di legge ed i contratti collettivi di lavoro;
• l’obbligo del lavoratore di pagare un compenso anticipato agli
arbitri (il processo del lavoro è gratuito)
• la possibilità per i “contratti individuali certificati” (anche
dai consulenti del lavoro che stabilmente collaborano con i datori di
lavoro) di derogare alla legge ed ai contratti collettivi, aprendo lo
spazio alla contrattazione privata in deroga a quella collettiva;
• la possibilità dei contratti individuali certificati di
individuare ulteriori cause di licenziamento oltre quelle stabilite dai
contratti collettivi;
• la retroattività dell’effetto vincolante per il giudice delle
certificazioni rispetto anche ai contratti in corso;
• il divieto del giudice di sindacare le valutazioni tecniche
organizzative e produttive dei datori di lavoro (e quindi di entrare nel
merito delle ragioni dei licenziamenti, dei trasferimenti, dei
contratti a termine);
• l’impossibilità di impugnare tutti i contratti precari esistenti,
trascorsi due mesi dall’entrata in vigore della legge;
• il termine di due mesi per impugnare il licenziamento orale (ad
oggi non esiste un termine anche perché è impossibile al lavoratore
provare quando è stato licenziato “a voce”);
• il termine di due mesi per impugnare un trasferimento o un
contratto a termine illegittimo (oggi non c’è alcun termine);
• un termine di sei mesi per iniziare la causa (oggi non c’è alcune
termine);
• la riduzione del risarcimento per i contratti a termine
illegittimi da due a dodici mensilità mentre oggi non vi è alcun limite
al risarcimento danni a favore del lavoratore.
Questo ddl – che rispolvera una concezione ottocentesca della
contrattazione, quando ogni lavoratore era solo davanti al padrone – ha
il consenso dei sindacati concertativi (CISL, UIL, UGL, CISAL) e vede
solo una tiepida opposizione della CGIL che ha lanciato l’allarme
solamente all’ultimo momento, dopo avere taciuto durante il percorso
parlamentare durato quasi 2 anni!
D’altro canto, il PD ha presentato una proposta di legge (del tutto
in linea con la politica “riformatrice” del governo), che prevede che
nei primi tre anni dall’assunzione tutti i lavoratori, possano essere
licenziati senza alcuna giustificazione con un risarcimento danni
risibile ed una liberalizzazione di tutti i contratti a termine con
retribuzione annua di oltre 25 mila euro.
E il salario orario minimo sarebbe stabilito con decreto
presidenziale su proposta del governo!
Nessuno di quelli che hanno accesso ai mezzi d’informazione ha
fatto nulla per informare i lavoratori.
Forse perché questo provvedimento si pone in continuità con le
leggi e gli accordi sindacali concertativi che, a partire dal 1993,
hanno favorito il dilagare della precarietà del lavoro?
Al momento, il Presidente Napolitano si è rifiutato di firmare la
legge e ha chiesto alle Camere alcune modifiche. Quindi, per ora, quel
disegno di legge è provvisoriamente bloccato ma nessuno lavora per
costruire la mobilitazione dei lavoratori!
Questa vicenda è una manifestazione di una “democrazia” sempre più
manipolata (e autoritaria quanto basta), con un’opposizione che non si
oppone ed è portatrice di pesanti responsabilità riguardo al progressivo
affermarsi della cultura della destra.
Tutto questo nel quadro strutturale del capitalismo globalizzato,
della finanziarizzazione dell’economia, della delocalizzazione del
lavoro, della privatizzazione di tutto ciò che può produrre profitti.
La UE incarna l’ufficializzazione del neoliberismo come ideologia
comune europea. Non è un caso che le politiche del liberismo si
affermino in modo crescente, in particolare in Italia, dal 1992, l’anno
del Trattato di Maastricht. Esso ”impone” ai ben consenzienti governi
nazionali solo parametri monetari e relativi al bilancio dello stato,
senza alcun riferimento a parametri di tipo sociale o all’occupazione.
La politica economica è dettata dalla Banca Centrale Europea, che non ha
mai nascosto di privilegiare gli interessi della rendita finanziaria e
ha sempre imposto tassi d’interesse altissimi per attirare capitali e
rafforzare l’euro rispetto al dollaro. Anche se ciò danneggia le
esportazioni e quindi la produzione e l’occupazione nella UE!
Nonostante la grave crisi economica mondiale dimostri proprio il
fallimento di quelle politiche e l’attacco della speculazione
finanziaria internazionale alla Grecia (in preda ad una crisi
economico-finanziaria profondissima) faccia cadere anche il mito della
UE come ombrello protettivo degli Stati membri, nessuno azzarda qualche
autocritica per i mal riposti entusiasmi.
Questo quadro d’insieme e l’esperienza quotidiana possono far
pensare che la normalità in materia di diritti, di salari e di pensioni
sia quella di subirne la riduzione, contemporaneamente e
inesorabilmente.
Come un fatto naturale e ineludibile.
Ma non è così e ce n’è testimonianza nella nostra storia recente.
Trent’anni non sono, in assoluto, tantissimi, anche se sembrano secoli.
Eppure alla fine del ciclo di lotte dal ’62 al ’75, salari e diritti
erano fortemente cresciuti, l’orario di lavoro era stato ridotto ed era
stato introdotto un sistema previdenziale che garantiva pensioni
dignitose. Il tutto come risultato dell’onda alta del movimento operaio
di quegli anni. Naturalmente, non è sostenibile che quella fase sia
ripetibile con le stesse modalità. Tutto è anche strutturalmente
cambiato, a partire dall’organizzazione del lavoro. Ma nulla, neppure
l’attuale evidente sconfitta deve essere vissuto come definitivo e
irreversibile!!!
L’affermarsi del pensiero unico del Mercato, assunto come unica
ideologia autorizzata ad esistere, (visto che anche i soggetti politici e
sindacali che hanno detenuto il quasi monopolio della rappresentanza
dei lavoratori, ormai da decenni hanno accettato e condividono i
principali cardini della teoria liberista, applicando nel migliore dei
casi la teoria del contenimento del danno) ne ha cancellato persino la
memoria storica, proprio perché essa costituisce un pericolo per il
potere.
Ma ripercorriamo sinteticamente la parabola dei diritti dei
lavoratori dagli anni ’50 ad oggi.
 
Gli anni cinquanta
Le imprese potevano scegliere liberamente se assumere i lavoratori
con contratto a termine o con contratto a tempo indeterminato e potevano
licenziare anche i lavoratori assunti a tempo indeterminato senza dover
addurre nessuna motivazione, con un breve preavviso o la corresponsione
di una piccola indennità di mancato preavviso.
Le tre leggi fondamentali per la tutela dei diritti dei lavoratori
L.230/1962 sul contratto a tempo determinato (ne limita l’applicazione a
cinque casi ben precisi: lavori stagionali, straordinari, nello
spettacolo, in sostituzione di lavoratrice in maternità o lavoratore in
malattia); L.604/1966, detta “sulla giusta causa” (subordina il
licenziamento al sussistere di una giusta causa o di un giustificato
motivo, nelle imprese con più di 35 dipendenti); L.300/1970 lo “Statuto
dei lavoratori”: oltre a “far entrare la Costituzione nei posti di
lavoro”, col diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo
rende “reale” la tutela dei lavoratori, nelle imprese con più di 15
dipendenti: l’art.18.
 
I primi scricchiolii
Nel 1978 viene parzialmente estesa per la prima volta la
possibilità di stipulare contratti a termine per i giovani (legge cd.
“sull’occupazione giovanile”, sostenuta in prima persona dall’allora
segretario CGIL Luciano Lama). Nel 1984 vengono introdotti i “contratti
di formazione – lavoro” che estendono sensibilmente questa possibilità.
Il ’93 é la svolta.
Negli anni ’90 la flessibilità viene assunta dai sindacati
confederali come un elemento che favorisce l’occupazione e, a seguito
della politica concertativa, viene inserita negli accordi governo –
sindacati – confindustria del 1993 (quello della “politica dei
redditi”), che per la prima volta afferma la “necessità”
dell’introduzione del lavoro interinale e del 1996 (“patto per il
lavoro”). Quest’ultimo si traduce, nell’ambito della politica di
concertazione, nel “pacchetto Treu” (L.196/1997), che introduce, tra
l’altro, il lavoro interinale, sia pure con una serie di paletti che ne
impedirono il decollo nel ’98. I sindacati concertativi, quindi, nel
1999, fecero pressione sul governo D’Alema (certo ben disposto!)
affinché il lavoro interinale fosse esteso ai settori lavorativi per i
quali era escluso (agricoltura ed edilizia) ed ai lavoratori dal 2°
livello.
 
Poi, col governo Berlusconi, il diluvio
D.lgs.n.368/2001 sul contratto a termine (abroga la L. 230/62,
eliminandone la limitazione a specifiche e precise tipologie di lavoro e
permettendo al datore di lavoro di ricorrervi per “ragioni di carattere
tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”).
D.lgs.n.66/2003 sull’orario di lavoro (si rende possibile una
giornata lavorativa anche di 13 ore, si eliminano tutte le garanzie
relative al lavoro notturno per minori, donne ed inabili al lavoro. Il
part-time può avere ogni giorno durata diversa. Ciò flessibilizza la
gestione del tempo di lavoro, sottraendola al controllo del lavoratore e
dei sindacati.!).
D.lgs. n. 276/2003, attuativo della L.30 sul mercato del lavoro
(che, da un lato, mette a disposizione delle imprese una quarantina di
tipologie contrattuali e, dall’altro, introduce l’istituto della
certificaz ionedel contratto).
Queste leggi sembravano travolgere qualsiasi parvenza di diritto
per i lavoratori. Ma il Collegato lavoro dimostra che quello non era il
peggio possibile! L’obiettivo dichiarato, nel più completo ossequio alla
globalizzazione capitalistica, era (ed è) quello di rendere l’Italia
più accogliente possibile per il capitale finanziario nei suoi flussi
internazionali, proponendosi come oasi di flessibilità assoluta (“il
paese più americano”, come lo definì allora un raggiante Berlusconi
durante un suo pellegrinaggio negli USA).
 
Il governo di centro-sinistra ribadisce la legislazione della
destra.
Col “protocollo sul welfare” (poi trasformato in L. 247/2007) il
centrosinistra e i sindacati confederali tornano alla politica
concertativa. Il fenomeno sociale più colpito è quello della precarietà.
I danni che ne derivano ai precari sono così sintetizzabili:
- si lascia inalterata la loro condizione giuridica (che resta
sottoposta alla L. 30, nel 2003 attaccata dalla CGIL come una delle
maggiori nefandezze di Berlusconi)
- si peggiora la condizione strutturale dei precari nel mercato del
lavoro, da un lato aumentando l’età pensionabile e dall’altro
incentivando il ricorso delle imprese agli straordinari. Diminuiranno le
occasioni di lavoro
- si aumentano i contributi sociali dei più precari tra i precari (co.co.pro e co.co.co)
- si diminuiscono ulteriormente le pensioni future, diminuendo i
coefficienti di trasformazione.
Con l’assoluto silenzio sui D.lgs. su contratto a termine ed orario
di lavoro (a suo tempo non condivisi dalla CGIL) il centrosinistra e la
CGIL fanno sostanzialmente propria l’intera legislazione della destra!
La destra continua la sua opera con l’approvazione del cd Collegato
lavoro alla finanziaria 2009, poi rinviato al 2010.
Come è facile constatare, l’andamento dei diritti dei lavoratori
segnala con precisione lo stato dei rapporti di forza tra capitale e
lavoro.
Abbiamo già ricordato, che nel periodo ascendente (anni ’60–’70) le
lotte dei lavoratori ottennero, attraverso i rinnovi contrattuali,
anche sensibili aumenti del salario reale e la riduzione dell’orario di
lavoro, mentre a partire dalla seconda metà degli anni ’70 iniziarono
gli attacchi alla scala mobile ed al salario, che si velocizzarono negli
anni ’80, ed in particolare negli anni ‘90. Così come non è un caso che
la riforma delle pensioni che introduceva un sistema pensionistico a
ripartizione e con sistema di calcolo retributivo (appunto ciò che viene
smantellato nel 1995 da Dini e da reiterati attacchi legislativi) venga
varata nel 1969!
Con la possibilità di stipulare contratti individuali di lavoro di
contenuto difforme rispetto alla legge ed ai CCNL si tornerebbe
sostanzialmente alla situazione precedente gli anni ’60, prima
dell’affermarsi di un Diritto del lavoro autonomo dalle esigenze delle
imprese. Quando i diritti dei lavoratori erano regolati principalmente
dal Libro V del Codice Civile del 1942, lo stesso che costituiva la
fonte principale del Diritto commerciale. Esso era il Diritto delle
imprese e, solo in quanto tale, regolava anche i rapporti di lavoro.
E, ripercorrendo la parabola dei diritti dei lavoratori, siamo
tornati all’attuale contesto, nel quale si assiste già ad un altro
attacco, sferrato, ancora una volta, nel silenzio generale.
Al momento ben tre ddl si stanno contendendo in Parlamento una
nuova limitazione al diritto di sciopero, dopo quella introdotta dalla
L. 146/1990 (modificata dalla L. 83/2000)!!!
- Il 14 aprile 2010 è iniziata la discussione congiunta del ddl n.
1473 (presentato dal governo) “Delega al governo per la regolamentazione
e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla
libera circolazione delle persone” e del ddl n. 1409 (presentato da
Ichino ed altri senatori) “Disposizioni per la regolazione del conflitto
sindacale nel settore dei pubblici trasporti”, presso la commissione
affari costituzionali e la commissione lavoro del senato.
- Il sen. Giuliano (PDL) nella relazione in commissione lavoro ha
affermato la necessità “dell’accertamento da parte dell’opinione
pubblica della giustezza delle rivendicazioni degli stessi lavoratori”.
Durante la seduta, il sen. Ichino (PD) ha avanzato la richiesta di
assegnare congiuntamente alle stesse commissioni l’esame del ddl n. 1170
“Disposizioni in materia di sciopero virtuale” (sempre firmato da lui!)
- Il disegno di legge delega del governo (messo a punto da Sacconi)
è stato approvato in CDM il 27 febbraio del 2009 e punta a una stretta
fissando una serie di paletti ai conflitti. Le nuove regole prevedono,
per i conflitti che riguardano “la libera circolazione delle persone”,
che i sindacati per poter proclamare uno sciopero abbiano una soglia del
50% di rappresentatività, mentre le sigle che hanno il 20% sono tenute a
indire un referendum preventivo, e poi a ottenere almeno il 30% dei
consensi allo stop tra i lavoratori per poter scendere in piazza. Viene
anche previsto un giro di vite contro le proteste “selvagge” (con multe
sino a 5 mila euro), i blocchi della circolazione ed i fermi dei tir. Ma
le novità non finiscono qua. Arrivano infatti anche l’adesione
preventiva individuale e lo sciopero virtuale (che potrà essere
obbligatorio se il servizio è necessario) che saranno disciplinati per
via contrattuale. Per quanto riguarda lo sciopero virtuale, spiega
Ichino, «noi lo proponiamo come possibilità aggiuntiva rispetto allo
sciopero tradizionale, attivabile nel quadro di un accordo collettivo
preventivo, che definisca la quota dell’esborso orario a carico delle
imprese per ciascuno lavoratore aderente all’iniziativa».”
Infine, Marchionne, presentando il piano di ristrutturazione Fiat,
ha posto questo ricatto: il successo del suo piano industriale (peraltro
pieno di incognite per i lavoratori) è legato alla flessibilità della
forza lavoro e dei dirigenti. «è un elemento indispensabile – ha
sottolineato – perché gli stabilimenti possono funzionare solo se
lavorano a piena capacità». Di conseguenza si rende necessario
«ridefinire gli accordi con i sindacati, perché quelli in vigore non
sono più adeguati alla realtà attuale». Promette, a questa condizione,
che gli impianti italiani della Fiat nel 2014 produrranno 1,4 milioni di
vetture anziché 900mila. E agli analisti che gli chiedevano se, a suo
parere, sindacati e governo avrebbero condiviso il piano per l’Italia,
il supermanager ha ammonito minaccioso che «è già pronto un piano b, e
vi assicuro che non è un piano molto bello».
In compenso ha ribadito la necessità di un sostegno alla produzione
attraverso nuovi incentivi, cioè finanziamenti pagati, attraverso le
imposte, quasi totalmente dai lavoratori!
Insomma i lavoratori dovrebbero finanziare un piano che prevede
un’ulteriore precarizzazione del lavoro!
Si tratta dell’eterna visione asimmetrica del cosiddetto libero
mercato: da un lato si richiede il rispetto delle sue “leggi” (lavoro
flessibile), ma dall’altro si chiede di poterle violare, chiedendo
finanziamenti pubblici!
CONTRO QUESTO ATTACCO GENERALIZZATO AL LAVORO UNIAMO LE NOSTRE
FORZE E LOTTIAMO PER:
• contrastare i licenziamenti e la precarietà e assicurare il
diritto al lavoro stabile e a tempo indeterminato
• ridurre l’orario di lavoro a parità di salario e abbassare l’età
pensionabile
• sviluppare l’idea di servizio pubblico (sanità, educazione,
cultura, casa, trasporti, acqua, energia…), contro la logica delle
privatizzazioni
• ricavare le risorse necessarie a questi obiettivi attraverso:una
vera lotta all’evasione fiscale e contributiva, una drastica riduzione
delle spese militari, una seria tassazione dei patrimoni e delle rendite
finanziarie
• cambiare davvero il modello di produzione, di distribuzione e di
consumo, creando lavoro che abbia valore per la collettività.
 
 
ATTAC Genova, Confederazione Cobas Genova, CUB Genova, RdB-CUB
Liguria, USIAIT
Liguria
15 maggio 2010
 
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2) L’Italia senza politica
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Di Stefano Rizzo
 
Afghanistan, sono morti altri due soldati italiani. Ora, come altre
volte ogni qual volta vi sono caduti italiani, si riaprirà il dibattito
su cosa ci stiamo a fare, con quelli che chiederanno (già lo chiedono)
il ritiro e quelli che insisteranno sull’importanza della missione di
pace. Gli schieramenti già ci sono, sono ripetitivi e si ripeteranno. Si
dirà che non è adesso il momento di fare polemiche. Che ora bisogna
piangere i nostri morti, che il tempo per una analisi politica verrà
dopo, a freddo. E’ stato detto ogni volta, in questo conflitto e in
quello iracheno, dopo ogni morto. Ma il tempo dell’analisi non è mai
arrivato.
 
Adesso sono morti due soldati italiani. Si aggiungono ai 25 di
tutte le nazionalità già caduti in questa prima metà di maggio, ai 34 di
aprile, ai 39 di marzo. Dall’inizio dell’anno sono 200 i caduti della
coalizione occidentale in Afghanistan, 125 americani, 40 inglesi, 35 di
altri paesi e tra questi gli italiani saltati questa mattina per aria
sul loro mezzo corazzato Molti di più sono i soldati e i poliziotti
afgani e molti di più ancora i talebani e i civili. Migliaia, decine di
migliaia. Numeri. Dietro ai quali ci sono vite umane distrutte in una
guerra civile e in una guerra guerreggiata della quale non si vede la
fine e si è perso il senso. E di cui ormai ci si occupa solo quando ci
tocca direttamente.
 
Ora, come altre volte ogni qual volta vi sono caduti italiani, si
riaprirà il dibattito su cosa ci stiamo a fare, con quelli che
chiederanno (già lo chiedono) il ritiro e quelli che insisteranno
sull’importanza della missione di pace. Gli schieramenti già ci sono,
sono ripetitivi e si ripeteranno. Si dirà che non è adesso il momento di
fare polemiche. Che ora bisogna piangere i nostri morti, che il tempo
per una analisi politica verrà dopo, a freddo. E’ stato detto ogni
volta, in questo conflitto e in quello iracheno, dopo ogni morto. Ma il
tempo dell’analisi non è mai arrivato.
Noi, che ci occupiamo da anni su queste pagine di Afghanistan e di
Iraq, che abbiamo raccontato gli orrori e l’insensatezza di queste due
guerre gemelle, non vogliamo unirci al dibattito, né alzare bandiere
ideologiche. Come la pensiamo e come la pensa questo giornale i lettori
lo sanno. Sanno che, almeno dai primi mesi del 2002, la bandiera della
missione di pace per riportare la libertà e la democrazia in Afghanistan
è un’ipocrisia, un paravento per nascondere scelte di politica estera
determinate dai vincoli (veri o presunti) di alleanza con gli Stati
Uniti. E’ successo questa volta ed è successo altre volte, nei Balcani e
in Somalia.
Si fanno scelte, si decide di intervenire per motivi di interesse
(presumibilmente l’interesse "nazionale"), ma in cosa consista questo
interesse non lo si dice. Invece si propalano giustificazioni
idealistiche, umanitarie: salvare vite umane, ricostruire l’economia,
portare la democrazia. Come se non esistessero decine o centinaia di
posti sulla terra dove manca la democrazia, dove impera la miseria e
dove le vite umane vengono falciate dalla guerra.
 
Quando arrivano le prime vittime (le nostre, non quelle degli
altri, dei quali a nessuno importa) e l’opinione pubblica incomincia ad
interrogarsi si preme sul tasto del patriottismo (non rendere vano il
sacrificio dei nostri eroici ragazzi), della coerenza e della fermezza
(farci rispettare dagli alleati), dell’orgoglio militare (adesso vi
facciamo vedere che anche noi sappiamo combattere).
Quello che manca, che è mancato, prima, dopo e durante questi
conflitti, è una qualunque riflessione del rapporto tra mezzi e fini,
tra obbiettivi da perseguire e tempi e modi per raggiungerli: manca
tutto ciò che costituisce la base di una decisione "politica", distinta
da un impulso emotivo o dallo zelo missionario. Non solo della congruità
degli obbiettivi con l’orizzonte più ampio della politica, cioè
dell’interesse, nazionale, ma della possibilità del loro raggiungimento
nelle condizioni date. Si sacrificano vite umane e si scialacquano
risorse materiali senza spiegare e senza neppure domandarsi perché.
Tutto ciò non riguarda solo il governo in carica, ma anche quelli
che lo hanno preceduto; e non solo questo paese, ma più o meno tutti
quelli che partecipano al conflitto. Dappertutto c’è un deficit di
analisi, o meglio, quando l’analisi c’è, non si traduce in decisioni
politiche conseguenti. Si va avanti per inerzia, sperando che le cose
migliorino.
Il costo di rinunciare e ammettere di avere sbagliato sembra essere
troppo grande rispetto a quello di non fare nulla. Meglio puntare sul
patriottismo e sulla "missione" da portare a termine, sperando che gli
elettori ci credano (e, fino ad un certo punto, funziona). Di tanto in
tanto si organizzano controffensive, si aumenta il numero delle truppe,
si intensifica la caccia all’uomo, ben sapendo che solo un colpo di
fortuna, una serie di colpi di fortuna, potrebbero modificare la
situazione sul campo, non nel senso di realizzare la palingesi promessa,
ma almeno ad una parvenza di vittoria che consenta un "ritiro con
onore", come ai tempi del Vietnam.
Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti. Chi segue laggiù, o racconta
da qui, gli sviluppi militari, la inarrestabile crescita dell’influenza
talebana, l’incapacità e la corruzione del governo afgano, l’aumento
delle uccisioni mirate e di quelle casuali, la farsa della
ricostruzione, le lotte di potere e la lotta per la sopravvivenza della
gran parte della popolazione – sa bene che non c’è via d’uscita se non
attraverso una pace negoziata, e che i negoziati andrebbero iniziati
subito prima che la sconfitta si faccia rovinosa.
 
Di questo si dibatte negli Stati Uniti e nel Regno Unito e in molti
altri paesi che partecipano al conflitto. In Italia no. In Italia non
solo la stampa è disattenta e l’opinione pubblica non informata, ma
anche a livello di governo l’indifferenza, e probabilmente l’ignoranza,
sono totali. Il dibattito si accende per qualche giorno in parlamento
quando, periodicamente, bisogna approvare gli stanziamenti, poi cala di
nuovo il torpore.
Il fatto è che in questo, come in altri campi, l’Italia non ha una
politica estera: né guerrafondaia, né pacifista, né neocoloniale, né
umanitaria, né di potenza di qualunque grado. L’Italia semplicemente
aspetta che altri – gli Stati Uniti – decidano per lei. Poi, quando la
decisione sarà presa, verranno trovate le giustificazioni, sempre nobili
e sempre coerenti. Intanto, nell’attesa che ci dicano cosa fare, i
soldati muoiono e diventano subito eroi.
 
Www.aprileonline.info
17 maggio 2010
 
 
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3) Rapporto 2010 sull’export di armi: dati e prime analisi!
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Il 29 marzo 2010 la Presidenza del Consiglio ha reso pubblico il
Rapporto sull’Esportazione di armamenti italiani relativi all’anno 2009
(L’intera Relazione sarà disponibile appena consegnata al Parlamento).
Segnaliamo qui le prime analisi e commenti:
 
 
Unimondo: Record 4,9 miliardi export di armi, revisione 185
(30/3/2010)
Nigrizia: Industria difesa: Ci siamo tanto armati (30/3/2010)
Altreconomia: Il boom continuo dell’export militare italiano
(29/3/2010)
 
Banche armate: BNL s’invola, UniCredit s’imbosca, l’AIAD s’inalbera
 
Nel corso dell’incontro su "Finanza e armi" che si è tenuto sabato
scorso a Milano durante la fiera “Fà la cosa giusta!”, il caporedattore
di Unimondo, Giorgio Beretta, ha presentato un’anticipazione della sua
ricerca sulle operazioni d’appoggio all’export di armamenti italiani
svolte dalle banche nell’ultimo decennio. La ricerca è parte di un più
ampio studio-pilota dal titolo provvisorio "Finanza e armamenti: le
connessioni di un mercato globale" realizzato dall’Osservatorio sul
Commercio di Armi (Os.C.Ar.)
di IRES Toscana – Istituto di ricerche Economiche e Sociali – vincitore
del bando di finanziamento della Fondazione Culturale Responsabilità
Etica onlus per il 2009 che mostra le ampie connessioni tra mondo
finanziario – e in particolar modo di banche e assicurazioni – che è
stato presentato dai ricercatori nel corso della medesima
manifestazione.
 
Giorgio, cosa emerge dalla tua ricerca?
 
Tre sono i dati più significativi. Il primo è che le esportazioni
di armamenti dell’Unione Europea – e in particolare quelle italiani –
non sono affatto marginali ma hanno ormai assunto un ruolo di primissimo
piano nel contesto internazionale. I dati del SIPRI – l’autorevole
istituto di ricerca svedese – mostrano che nell’ultimo quinquennio il
volume di esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’Unione europea
ha ormai superato quella di Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda
l’Italia, il recentissimo rapporto dell’UE sui trasferimenti
internazionali di armamenti dei paesi membri mostra che, dopo la
Francia, l’Italia ormai affianca la Germania e supera di gran lunga la
Gran Bretagna in questo particolare commercio (si veda in proposito il
dossier di "Missione Oggi" – in pdf).
 
Il secondo rilievo?
 
E’ il fatto – poco conosciuto o meglio sarebbe dire spesso
volutamente sottaciuto da governi e informazione ufficiale – che
nell’ultimo decennio le esportazioni di armi italiane sono state
prevalentemente dirette a Paesi del Sud del mondo. E questo nonostante
una legge, giudicata “restrittiva” dall’industria militare nazionale,
come la 185/90 imponga il divieto di vendita di armi a paesi sotto
embargo, responsabili di gravi violazioni di diritti umani e in
conflitto interno o esterno. Prendiamo ad esempio i due principali
destinatari di armi italiane degli ultimi anni: si tratta del Pakistan a
cui è stato autorizzato tre anni fa l’acquisto dalla MBDA italiana di
missili terra-aria, un affare da 415 milioni di euro, proprio nel bel
mezzo di uno stato d’emergenza. E nel 2008 è stato dato il via libera
alla maxi-commessa del ministero della Difesa turco di elicotteri
militari dell’Agusta per oltre un miliardo di euro anche in questo caso
proprio nel bel mezzo dell’intervento militare turco nel Kurdistan
iracheno e nonostante le proteste delle associazioni pacifiste
preoccupate anche per le reiterate violazioni dei diritti umani dei
governo di Ankara.
 
E in tutto questo qual è stato il ruolo delle banche?
 
Direi che si sono trovate strette in una duplice morsa. La prima –
che ha fatto leva anche su una maggior attenzione dei consumatori – è
rappresentata dalle campagne sociali per una maggior responsabilità
sociale delle banche: mi riferisco in particolar modo alla Campagna di
pressione alle "banche armate" che dal 2000 ha posto all’attenzione dei
cittadini e degli istituti di credito proprio il tema specifico dei
servizi forniti dalle banche all’industria militare per l’esportazione
di armamenti. La seconda, molto meno trasparente e per diversi aspetti
di tipico stampo lobbistico, è quella delle industrie militari – e in
particolare dalle aziende che fanno capo a Finmeccanica – che non hanno
mancato di esercitare le loro pressioni sugli Istituti di credito.
 
A cosa ti riferisci in particolare?
 
A quanto scritto – nero su bianco – nell’ultima Relazione
d’Esercizio (in .pdf) dell’AIAD, la potente Federazione Aziende Italiane
per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza che non ha avuto remore a
stigmatizzare come “atteggiamento demagogico” la decisione delle banche
di autoregolamentare la propria attività nel settore. Il testo va letto
per intero perché mostra con chiarezza come agisce una lobby. Riporta
infatti la Relazione dell’AIAD che nel 2008 “A tenere viva l’attenzione
dell’Associazione è stato anche il problema delle Banche etiche che,
professandosi “non armate”, hanno sospeso ogni transazione di
esportazione, se pur già disciplinata nel rispetto della Legge 185/90.
In maniera ricorrente l’AIAD ha rappresentato la propria preoccupazione
per l’amplificarsi delle conseguenze derivanti alle imprese ed al
riguardo sono state inoltrate sia a Confindustria che all’ABI diverse
comunicazioni alle quali hanno fatto seguito molteplici incontri sia con
i vertici dell’ABI che dei diversi Gruppi Bancari nonché con il
Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; numerosi anche gli
interventi nell’ambito di Seminari e Convegni per porre in evidenza
l’atteggiamento fondamentalmente demagogico proprio degli Istituti
Bancari”.
 
Le banche non avranno mancato di rispondere a queste, come
chiamarle, "provocazioni"?
 
Purtroppo no e questo mi stupisce. A fronte di una dichiarazione
evidentemente provocatoria come quella dei vertici dell’AIAD ci si
sarebbe aspettati che l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) in testa e
le singole banche che in questi anni si sono dotate di codici di
responsabilità per quanto riguarda il finanziamento e i servizi
all’esportazione militare rivendicassero formalmente e con forza la
propria indipendenza e l’autonomia delle proprie posizioni. Invece – ed è
questo che mi preoccupa – non si è alzata alcuna voce, segno che le
pressioni dell’industria militare sugli istituti di credito sono
riuscite a mettere a tacere anche quei settori all’interno delle banche
che hanno come compito quello di definire e promuovere la
"responsabilità sociale d’impresa" della banca.
 
Tornando alla tua ricerca, quali sono i dati salienti?
 
La mia analisi mostra tre elementi rilevanti. Il primo è un dato
quantitativo: nel periodo dal 2001 al 2008 più del 60% delle operazioni
di incassi per esportazioni di armamenti italiani sono state ripartite
in maniera abbastanza uniforme da tre gruppi bancari: il gruppo BNL-BNP
Paribas che ha assunto operazioni per oltre 2,3 miliardi di euro (cioè
il 21,2% del totale), il gruppo IntesaSanpaolo – che considerando anche
le operazioni dell’acquisita Carispe – ne ha svolte per quasi 2,2
miliardi di euro (20,1%) e il gruppo Capitalia-Unicredito (oggi
UniCredit) che – soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di
Roma – ne ha assunte per oltre 2 miliardi di euro, cioè il 18,7%. Va
però rilevato che mentre la BNL e il BNP Paribas – che ormai sono uno
stesso gruppo – mostrano negli ultimi anni valori in forte crescita, i
gruppi IntesaSanpaolo e Unicredit presentano invece un chiaro
ridimensionamento della loro operatività del settore.
 
Merito quindi delle nuove e recenti direttive delle due banche?
 
Non proprio. E questo è il secondo elemento e mi spiego. Mentre il
gruppo IntesaSanPaolo già dal 2007 ha definito una policy che decreta
“la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che
riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur
consentite dalla legge 185/90” e puntualmente ha pubblicato nel proprio
Bilancio Sociale i dati aggregati delle operazioni assunte riguardanti
l’esportazione di armamenti, non altrettanto si può dire per il gruppo
Unicredit.
 
Dopo l’annuncio già nel dicembre del 2000 da parte di Unicredit di
aver emanato direttive interne che disponevano – cito testualmente dal
loro Bilancio sociale 2001 (pg. 78) – “la sospensione, con decorrenza
immediata, di ogni facoltà delegata per interventi creditizi in favore
di aziende che si occupano di produzione e commercializzazione di armi e
prodotti connessi” – un annuncio che ci aveva positivamente sorpreso e a
cui avevano dato ampio rilievo anche importanti trasmissioni televisive
come Report della Gabanelli – la banca Unicredit pur continuando a
ribadire pubblicamente la propria posizione non ha mai riportato nel
proprio bilancio sociale alcuna operazione relativa all’export di armi
anche se ha continuato a svolgerle. E questo nonostante la loro “Carta
di Integrità” li impegni a “mantenere la trasparenza nei confronti dei
clienti garantendo sempre la tempestiva informazione sui prodotti e sui
servizi offerti”.
 
Rilievi non proprio confortanti per il principale istituto di
credito italiano…
 
A cui ne va aggiunto un altro ancor più preoccupante. Senza darne
troppa pubblicità già dal 2007 il gruppo Unicredit ha modificato la
propria policy reintroducendo la possibilità di finanziare determinati
settori dell’industria militare e non escludendo la fornitura di servizi
bancari alle esportazioni di armamenti. Di fatto – come annuncia
l’ultimo bilancio sociale – UniCredit sta rivedendo per la terza volta
la propria politica in tema di difesa e armamenti e lo avrebbe fatto in
dialogo con “un gruppo internazionale di ONG” di cui però non menziona
il nome, forse per non lederne la riservatezza.
 
E la BNL?
 
La BNL ha emanato ormai dal 2003 un "Codice Etico" (in .pdf) che
sostanzialmente limita le operazioni d’appoggio all’esportazione di
materiali militari ai soli paesi della NATO e dell’Unione europea. Ma
proprio la controversa autorizzazione all’incasso dei 55 elicotteri
militari venduti dalla Agusta alla Turchia per un valore di oltre 1
miliardo di euro fa capire che anche la limitazione dell’operatività a
paesi considerati alleati espone le banche a non poche critiche
soprattutto quando certe forniture militari si prestano ad un chiaro
impiego di tipo repressivo. E come UniCredit, la BNL non brilla certo
per trasparenza. Nonostante l’ampia operatività nel settore nei suoi
bilanci sociali non ha mai fornito una sola cifra, ma solo percentuali e
talvolta con giochi di parole poco edificanti.
 
A cosa ti riferisci?
 
Prendi ad esempio l’ultimo Bilancio Sociale. La BNL a pg. 31
afferma che "Avendo come riferimento il market share del 18,2%
registrato nel 2002 (anno precedente alla emissione del Codice Etico BNL
in materia), mentre nel 2007 si era registrato un significativo
ridimensionamento della presenza della Banca in tale mercato con una
diminuzione al 5,21%, nel 2008 – esclusivamente a seguito di un
operazione di ampia portata con un primario Gruppo nazionale verso un
Paese NATO, rientrante dunque nei canoni del Codice Etico BNL – la quota
percentuale e salita al 33,87%". E segue questa affermazione che è di
una logica disarmante: "Senza questa operazione la quota BNL sarebbe
pari al 6,21%, sostanzialmente in linea con i valori espressi negli anni
passati". Che è come dire: "Se non peccassi, sarei un santo"….
 
Insomma uno scenario non proprio incoraggiante…
 
Direi di più. Reso ancor più fosco e preoccupante dal fatto che da
due anni la Presidenza del Consiglio ha deciso di non pubblicare la
sezione della Relazione annuale (richiesta dalla Legge 185/90) che
riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli Istituti di
credito, sottraendo cosi la possibilità di verifica dell’attività delle
banche. Un fatto ripetutamente denunciato dalla Campagna di pressione
alle “banche armate” anche con lettere ufficiali indirizzate alla
Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti, che però non hanno
mai avuto risposta. E, nonostante l’informazione ufficiale della
Relazione sia vitale anche per gli istituti di credito per certificare
l’effettiva attuazione delle loro direttive, non mi risulta che le
banche abbiano inoltrato alcuna protesta per denunciare questa
manipolazione. Insomma c’è davvero ancora molto da fare se le banche
vogliono impegnarsi con coerenza e piena trasparenza in questo settore.
 
A quando la pubblicazione del volume di Os.C.Ar.?
 
Sarà pronto e fresco di stampa per la prossima fiera sociale "Terra
Futura" che si terrà a Firenze dal 28 al 30 maggio.
 
Intervista a cura di Andrea Dalla Palma
 
 
Postato da info@fabionews.info 17 maggio 2010
 
 
 
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4) La "mano morta" del capitalismo all’attacco di Euro,
dollaro e governi "amici"
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Di Bankor*
 
C’è uno spettro che si aggira per l’Europa: non è il comunismo di
marxiana memoria. E’ la "mano morta" del capitalismo di Adam Smith!
Colpisce indistintamente governi "amici" conservatori, ma anche quelli
progressisti; non risparmia il "popolo bue" delle Borse internazionali
e, da oltre due anni, fa strage di banche, industrie, mercati finanziari
e immobiliari…
 
Ovunque si posi, cresce la disoccupazione, si acuisce lo stato di
miseria di milioni di persone, si spegne il futuro delle giovani
generazioni, s’ingenera la violenza nelle piazze. Finora, la "mano
morta" era stata la fedele alleata dei sistemi capitalistici più o meno
maturi, aveva attratto a sé anche quegli stati che come modello in
origine avevano scelto il comunismo (Cina e Russia) o un mix tra
interventismo statale e rampantismo mercantile (come in India, Brasile e
Messico).
Di fronte alla più grave crisi finanziaria dal 1929, tra il 2008 e
il 2009 i maggiori governi capitalistici, a partire dagli Stati Uniti,
hanno fatto ricorso al più massiccio indebitamento statale pur di
arrestare la frana dovuta al crollo dei mercati finanziari, gonfiati con
enormi soufflé dalla speculazione internazionale: le più antiche e
principali banche d’affari mondiali, fondi d’investimento potentissimi
che detengono i pacchetti azionari delle industrie di mezzo mondo, le
temutissime agenzie di "rating". E proprio quest’ultime sono sempre più
sotto l’occhio del ciclone delle critiche degli esperti finanziari e
degli economisti, oltre che di alcuni ministri economici.
 
Da tempo, le agenzie di rating (un intreccio di consulenti,
economisti, banchieri, operatori finanziari che a loro volta speculano
in Borsa) analizzano l’andamento dei conti delle grandi società quotate
in Borsa e i bilanci meno sofisticati degli stati sovrani.
Hanno libero accesso ai conti e anche estrema discrezione di
giudizio, in grado di far tremare i mercati e la stabilità delle
nazioni, di volta in volta ritenute "a rischio".
Eppure,dal secondo Dopoguerra in poi, gli stati capitalistici si
sono dati come strumenti di controllo e analisi dei loro conti
istituzioni "ufficiali", pubbliche come il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca Mondiale, l’OCSE e, più di recente, la BCE da
quando l’Euro è diventata la moneta comune per 16 paesi dell’Unione
Europea.
 
Forse perché le "intelligenze" di questi organismi provengono
spesso dalle stesse istituzioni pubbliche o perché la "mano morta" del
sistema capitalistico non ammette concorrenti ispettive, l’autorevolezza
delle istituzioni internazionali non hanno mai determinato l’andamento
dei mercati. Diversa, invece, la credibilità delle Agenzie di rating,
dirette emanazioni della "mano morta", dove il conflitto di interessi
regna sovrano.
Ora, assistiamo ai danni sui mercati fatti proprio dai giudizi,
spesso interessati, forniti da queste società (spesso però conosciuti in
anticipo dai grandi fondi speculativi). Miliardi di dollari si spostano
così nelle "tasche giuste" del mondo capitalistico, costringendo i
governi dei paesi "bocciati" ad approntare manovre draconiane, piani di
rientro dai deficit con "lacrime e sangue" per lavoratori, pensionati,
giovani, donne e piccole aziende.
 
La Grecia è, in questo senso, il laboratorio che farà scuola nel
prossimo futuro ravvicinato per il resto di altri paesi europei:
Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia.
Ma anche Londra non se la ride! La capitale europea dei mercati
finanziari, seconda solo a Wall Street, è l’altro caso da laboratorio di
questa deriva dovuta alla "mano morta".
Se la Grecia ha fatto il passo più lungo della gamba, truccando i
conti pubblici (responsabilità del governo di destra dei conservatori di
Karamanlis), pur di entrare e restare nell’Euro (colpevoli i grandi
"lord protettori" dell’UE, Francia e Germania!), pagando oggi un pegno
esorbitante; la Gran Bretagna, d’altra parte, si trova ad affrontare in
una decadenza cronica del sistema industriale, la crisi del suo sistema
finanziario e immobiliare, senza per altro avere una prospettiva
politica concorrenziale.
Le elezioni appena concluse hanno ratificato uno stato d’impasse
che deve far riflettere: laburisti (al governo da oltre 17 anni),
conservatori e liberaldemocratici non hanno "ricette" economiche e
sociali realmente differenti tra loro: non hanno saputo offrire sul
"mercato elettorale" prodotti alternativi, ma solo programmi fotocopia
con quale lieve coloritura neo-liberista, pressati dalla terrore per
l’elevato debito pubblico, il deficit di bilancio in continua
espansione, la disoccupazione crescente, l’esosità del welfare state.
 
Ma cos’è questa "mano morta" che sembra decidere dei destini dei
nostri governi e delle disgrazie delle masse popolari? Sono gli ambienti
più ristretti del capitalismo internazionale, che ormai detiene in mano
i grandi mezzi di comunicazione, le TLC, e che ha interessi spalmati
sui fondi d’investimento, le agenzie di rating e le banche d’affari. Sta
qui il loro potere devastante! Dai loro consigli di amministrazione e
dai loro panel di consulenti spesso escono i "civil servant" che poi
operano ai vertici delle istituzioni di controllo e garanzia su banche,
borse, ministeri economici. Questo intreccio perverso segna l’acme
dell’era capitalistica matura e ne segna la sua decadenza.
 
Questa "mano morta" con i massmedia punta su questo o quel leader
politico, su questa o quella coalizione di partito, pur di bloccare
l’evoluzione riformista e progressista nelle competizioni elettorali.
Murdoch ha fatto la fortuna del laburista Blair e in queste elezioni
britanniche ha cercato di alzare lo share elettorale del conservatore
Cameron e dello stesso liberaldemocratico Clegg. Ma ha anche osteggiato
la democratica Hillary Clinton contro Obama, favorendo alla fine i
repubblicani di McCain, per poi, una volta eletto Obama, favorendone le
posizioni più realistiche (finanziamento pubblico delle banche in crisi)
e osteggiandone quelle riformatrici, come sulla legge sulla sanità
pubblica.
Questa "mano morta", come la descrisse il padre del liberismo
capitalistico Smith, agisce ora come il mitico Re Crono che divorava i
suoi figli appena generati dalla dea sorella Rea: capitalismo e mercato
iperliberista si sono finora sposati incestuosamente con i governi
conservatori e quelli tiepidamente riformisti. Ma la voracità del
sistema economico-finanziario sta pian piano divorando i governi figli e
figliastri.
In questa coazione all’autodistruzione, al momento, a rimetterci
sono gli stati e le masse popolari; ma anche i concetti stessi di
democrazia e di sovranità. Le libertà fondamentali sono in pericolo! E
non si vede all’orizzonte un progetto politico, forze sociali e
movimenti politici in grado di differenziarsi dalla "palude ideale"
nella quale affondano partiti di destra e di sinistra in Europa.
 
E l’Italia deve temere il peso di questa "mano morta" nei prossimi
mesi, perché i suoi conti pubblici non sono a posto e nessuna ricetta
per lo sviluppo è stata approntata dal governo Berlusconi/Tremonti dal
2008 ad oggi. Stiamo attraversando una deriva democratica, ma anche una
crisi che da economico-finanziaria si trasformerà in sociale. Berlusconi
non è più amato dal club internazionale dell’alta finanza e dei padroni
dei massmedia. Il suo esempio autoctono, ruspante, tipicamente italico,
ha messo radici nell’Est Europa, ma alla lunga non serve a rinnovare i
sistemi messi in atto dalla "mano morta" del capitalismo.
Ecco allora che poco importa a Berlusconi l’andamento dei conti
pubblici, se non per fornire posizioni ufficiali da spendere davanti ai
teleschermi. Ecco perché sarebbe fondamentale che le forze di
opposizione chiedessero una verifica "terza", imparziale, da parte di
una "commissione speciale" formata da tecnici dell’OCSE, del FMI, della
BCE e dell’Eurostat, per esaminare a fondo l’andamento dei conti
pubblici italiani, per non fare la fine della Grecia.
Chi si ricorda più del "tesoretto" del governo Prodi/Padoa
Schioppa? Se allora i conti erano in ordine e c’erano miliardi di euro
da poter spendere a favore delle classi sociali meno agiate, lavoratori e
pensionati, che fine hanno fatto dunque quei soldi? E perché nel giro
di neppure due anni i "lanzichenecchi" del Nord Italia, dalla Lega al
PDL, hanno bruciato quel vantaggio, pur in presenza di una crisi che,
comunque, ha colpito tutti i paesi concorrenti del G8 e del G20?
 
Avevamo preannunciato, il 13 aprile scorso, nell’editoriale
"Economia. La stangata fiscale segreta di Berlusconi/Tremonti" che ormai
si stava preparando una manovra di "aggiustamento" straordinaria da
"lacrime e sangue". Le parche smentite governative si stanno ora
disvelando per ammettere che comunque una manovra andrà fatta, prima di
quella da 25 miliardi di euro prevista per il 2011 e il 2012. Questa
misura fiscale si dovrebbe basare, lo ricordiamo, su tre linee:
Riscadenzamento dei Bond del Tesoro (i vari titoli di stato),
allungandone le scadenze del doppio rispetto alle attuali; Tassazione
sugli immobili sfitti e di proprietà di banche e società finanziarie
(esclusa una reintroduzione dell’ICI); Aumento del prelievo fiscale
sulle rendite finanziarie speculative, compreso il regime di doppia
tassazione per le banche, più alto per quelle "d’affari".
 
Il tutto con la bonaria assicurazione di impegnarsi da subito a
riformare il sistema fiscale, riducendo a tre le aliquote e passando dal
prelievo sulle "persone fisiche" a quello sui consumi e le "cose": il
che avverrà, forse, a fine legislatura, per accattivarsi i voti dei
delusi e del grosso "partito degli astensionisti".
Una stangata, insomma, quella ipotizzata da Berlusconi-Tremonti. Ma
entrambi sanno che il nostro paese non potrà reggere al ciclone delle
turbolenze finanziarie speculative, né risollevarsi dalla profonda crisi
economica, dal crollo produttivo e dal declino sociale, che sta
attraversando anche nel 2010 un altro "annus horribilis", un’ altra Via
Crucis per il regime mediatico autocratico.
Sempre che "la speculazione nemica" non faccia saltare anche i
tempi e i modi studiati dal duo di Arcore Berlusconi/Tremonti, che,
potrebbe anche prevedere un "prelievo forzoso" sui depositi bancari e
sui titoli di stato, sulla falsariga di quanto fece il governo Amato nel
1992 di fronte alla disastrosa crisi della lira e del bilancio
pubblico, eroso da Tangentopoli e dalle "finanze allegre" dei governi
craxiani.
 
*Bankor era lo pseudonimo usato dal governatore di Bankitalia Guido
Carli, autore negli anni Settanta su L’Espresso, diretto da Scalfari,
di articoli critici sulla finanza pubblica e il sistema economico
italiano. Viene ripescato per tutelare l’identità di alcuni operatori
finanziari.
 
Www.aprileonline.info
10 maggio 2010
 
 
 
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5) Cari lettori, sapete che per mantenere in Italia 113
basi Usa e 90 bombe atomiche noi contribuenti spendiamo mezzo miliardo
di dollari all’anno?
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di Marco Cedolin (scrittore, collabora a vari siti web, appartiene
al Movimento No Tav, vive in Val di Susa)
 
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, durante il suo
intervento alla conferenza per la revisione del Trattato di non
proliferazione nucleare in corso al Palazzo di Vetro dell’Onu a New
York, ha chiesto lo smantellamento delle armi nucleari americane in
Europa e in particolare in Italia. Dal momento che “l’utilizzo di armi
nucleari da parte degli Usa ha scatenato una corsa al nucleare”, gli
Stati Uniti “usano la minaccia nucleare contro altri Paesi, compreso
l’Iran”.
 
Una richiesta che “mette il dito nella piaga” costituita dalla
paradossale situazione esistente ancora oggi, a oltre 60 anni dalla fine
della seconda guerra mondiale, in stati come Italia, Germania e
Giappone, deprivati della propria sovranità e ridotti al ruolo di
colonie degli Stati Uniti. Colonie deputate a ospitare basi militari di
varia natura ed armamenti di ogni tipo fra cui una considerevole
quantità di testate nucleari.
 
Basti pensare che gli Usa mantengono nel mondo circa 850 basi, 500
delle quali in Europa e 113 in Italia, escludendo quelle segrete di cui
non è nota l’ubicazione. Proprio in Europa sono allocate 480 bombe
nucleari, di cui 90 sul suolo italiano. L’Italia versa ogni anno nelle
casse statunitensi una cifra nell’ordine del mezzo miliardo di dollari,
per coprire il 41% dei costi delle basi Usa e delle truppe americane
presenti nel nostro paese.
 
Posti di fronte alla richiesta di Ahmadinejad e incapaci di
produrre una qualsiasi riflessione di un qualche spessore, i componenti
della delegazione italiana e delle altre delegazioni europee hanno
scelto la via della fuga (che sempre si confà ai pavidi e agli
impostori) abbandonando l’aula in segno di protesta.
 
Protesta per cosa? Solamente per qualcuno che ha avuto il coraggio
di dire la verità, quella verità che da 65 anni una classe politica
servile al proprio padrone a stelle e strisce continua a sottacere a
tutti gli italiani.
 
Comunicazioni Arcoiris TV, 17 maggio 2010
 
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SUGGESTIONI DI LETTURA
 
di Ugo Mattei 

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L’APOLOGIA AL FASCISMO e LA DESTRA DI STORACE

Questo è il link per vedere cosa ancora dopo 60anni di liberazione dal fascismo, le forze politiche, le forze dell’ordine riescono a concedere a certe mMERDE…

http://maps.google.it/maps?f=q&source=s_q&hl=it&geocode=&q=corropoli&sll=41.442726,12.392578&sspn=14.449273,43.286133&ie=UTF8&hq=&hnear=Corropoli+Teramo,+Abruzzo&ll=42.815516,13.852445&spn=0.001727,0.005284&t=h&z=18&layer=c&cbll=42.815541,13.852559&panoid=mg7pgci3zw6CPSuFrB7GUw&cbp=12,124.49,,0,-7.88

 

SE POTETE AIUTATECI A FARLO TOGLIERE, DENUNCIANDO IL FATTO AI CARABINIERI DI CORROPOLI 086182322

O DIRETTAMENTE AL COMUNE           0861855063           086182262           

SE INVECE SIETE NEI PARAGGI E AVETE O VOLETE USARE ALTRI MEZZI…SARANNO BEN ACCETTI

 

 

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DISAVVENTURA A UN COMPAGNO PIACENTINO IN MESSICO…QUANDO L’ASSASSINO E’ IL GOVERNATORE da “Il Manifesto”

ALCUNI LINK:

http://blog.ilmanifesto.it/popocate/

http://www.indymedia.org.uk/en/2010/04/450008.html?c=on

http://mywordismyweapon.blogspot.com/2010/04/my-friend-bety-carino-was-killed-by.html
  • Città del Messico – L’imboscata di un gruppo paramilitare
    alla carovana di pace che si dirigeva martedì scorso a San Juan Copala,
    una comunità sperduta nelle montagne dello stato di Oaxaca, oltre a
    provocare due morti, una mezza dozzina di feriti e alcuni
    ‘desaparecidos’, per fortuna riapparsi, ha scioccato e indignato
    l’opinione pubblica messicana, pur abituata a contare le decine di morti
    lasciati ogni giorno dalla guerra al narcotraffico.
    Considerando che quasi tutta la stampa nazionale ha messo la sordina su
    questo grave attentato a gente pacifica e inerme e che le due maggiori
    televisioni l’hanno addirittura ignorato, la reazione visibile della
    società civile – attraverso lettere, interventi, comunicati – è stata
    davvero impressionante, come un’ultima diga contro la barbarie totale.
    Intanto, tre delle cinque persone di cui si erano perse le tracce in
    seguito all’attacco armato, sono riapparse nella giornata di giovedì e
    hanno raccontato come sono riusciti a mettersi in salvo fuggendo nei
    boschi. Uno di loro è l’italiano David Casinori (ma nella lista dei
    partecipanti alla carovana è iscritto come Davide Cassinari), che si è
    messo in contatto con l’ambasciata italiana e ha telefonato a Radio
    Popolare di Milano, spiegando che il suo silenzio si doveva al furto del
    cellulare.
    Gli altri due ‘desaparecidos’ riapparsi – Noé Bautista e David Venegas,
    due attivisti messicani della Appo (Asamblea Popular de los Pueblos de
    Oaxaca) – hanno dichiarato che i due giornalisti dispersi della rivista
    ‘Contralínea’, Erika Ramírez e David Cilia, stavano ancora vagando nei
    boschi della zona, affamati e disidratati, per sfuggire alla caccia
    all’uomo scatenata dai paramilitari.
    Ci sono volute altre 24 ore e un elicottero della polizia di Oaxaca, con
    a bordo il direttore della rivista ‘Contralínea’ e il padre del
    giornalista David Cilia sorvolando continuamente la zona, per ritrovare i
    fuggiaschi. Quando i due reporter sono stati ricoverati in ospedale –
    lui con una ferita a una gamba che si stava infettando, lei in stato di
    choc ma senza ferite gravi – in molti hanno tirato un sospiro di
    sollievo.

    Uro di
    Helguera

    Il fatto è che i paramilitari dell’Ubisort (Unión de Bienestar Social
    para la Región Triqui) e del Mult (Movimiento Unificador de la Lucha
    Triqui) non mollano e continuano a sparare. Dicono che il territorio è
    sotto il loro controllo e che rispondono solo agli ordini dei loro capi,
    Heriberto Pazos e Rufino Juárez (due leader del Mult, ndr).
    Il giorno dopo la tentata strage di La Sabana – la comunità della
    regione mixteca, sulla strada di San Juan Copala, in cui i miliziani
    hanno sferrato l’attacco – la polizia ha dovuto concordare una breve
    “tregua” con i paramilitari per riuscire a portare via i corpi delle due
    vittime e i veicoli, ormai inservibili, della carovana. Il governatore
    Ruiz Ortiz, che ha armato i paramilitari, si guarda bene dal rendere
    agibile la zona e rilascia dichiarazioni indignanti (“Non sappiamo chi
    sono realmente questi stranieri, che permessi migratori avessero e che
    andavano a fare in comunità con problemi”).
    L’autopsia praticata sull’attivista messicana Beatriz Alberta Cariño,
    dell’associazione Cactus (Centro de Apoyo Comunitario Trabajando Unidos)
    e sul cooperante finlandese Jyri Antero Jaakkola, che lavorava in
    alcuni progetti per le comunità più povere della regione, ha rivelato
    che sono morti entrambi per colpi d’arma da fuoco alla testa.
    Enclave miserabile in un entroterra già povero, la regione della mixteca
    di Oaxaca è la terra d’origine del popolo triqui, 40mila anime di cui
    la metà vive altrove, in Morelos, Veracruz, Sinaloa, Baja California e,
    naturalmente, Stati uniti. A spingere i triqui ad emigrare sono la
    povertà del campo, la ricerca di un lavoro, l’ostilità dello stato,
    l’estrema violenza politica, fomentata dal governo, le minacce dei
    paramilitari.
    La carovana che martedì scorso cercava di raggiungere San Juan Copala
    aveva la finalità di portare viveri e coperte a questa comunità – un
    villaggio di una settantina di famiglie –, accompagnare i maestri della
    sezione 22, il nucleo più combattivo della Appo, a riprendere servizio
    nelle scuole e mostrare agli osservatori stranieri e alla stampa
    nazionale le condizioni in cui vivono gli abitanti, aderenti in blocco
    al Multi (Movimiento Unificador de la Lucha Triqui – Independiente), una
    scissione del Mult caratterizzata dal filozapatismo e avversa a
    qualunque accordo con il governo.
    Gli abitanti di San Juan Copala subiscono da vari mesi l’assedio dei
    paramilitari, il taglio dell’acqua e della luce, l’assenza dei maestri
    di scuola, le minacce delle autorità e delle forze dell’ordine.

    donne
    triqui

    Il loro delitto? Aver dichiarato il municipio autonomo il 1º gennaio
    2007, con una decisione unanime e pacifica, condivisa da molti altri
    popoli indigeni, per trovare spazi di partecipazione e rappresentanza
    poltica. Una decisione che non è piaciuta per niente al faccendiere
    Ulises Ruiz Ortiz, governatore di Oaxaca negli ultimi sei anni,
    dichiarato responsabile (ma non castigabile) da una sentenza della Corte
    Suprema per il clima di violenza che si vive nello stato.
    Una violenza istituzionale che comprende una quindicina di esecuzioni,
    perpetrate dai suoi uomini nel 2006, quando la Appo aveva preso la
    capitale chiudendo tutti gli uffici pubblici e avviando un’interessante
    esperienza di autogoverno, così intensa e rivoluzionaria che fu definita
    “la comune di Oaxaca”.
    La carriera di Uro – l’acronimo del governatore, un “dinosauro” del Pri,
    il partito quasi-unico al potere fino al 2000 – somiglia più a una
    pratica da tribunale che al curriculum di un politico e parte da una
    probabile frode elettorale, passa per innumerevoli episodi di
    repressione, fra cui l’omicidio selettivo del reporter statunitense Brad
    Will e i famosi “caroselli della morte” contro le barricate dei
    manifestanti, ha lasciato una scia di carcerati, esiliati, torturati,
    ‘desaparecidos’ e si chiude, per ora, con la tentata strage di San Juan
    Copala.
    Il 4 luglio prossimo si celebrano in Oaxaca le elezioni per il rinnovo
    del governatore, del parlamento statale e di 152 municipi che votano con
    il sistema federale dei partiti (gli altri 418 eleggono le loro
    autorità con il sistema tradizionale dei popoli indigeni). E’ facile
    prevedere la vittoria del candidato oppositore, Gabino Cué, che si
    appoggia su un’alleanza Pan-Prd (destra-sinistra) in funzione anti-Pri.
    Con tutta probabilità, l’odiato Uro, che il Pri è riuscito a salvare
    pagando un alto prezzo al Pan e alle politiche del governo, non riuscirà
    a lasciare il potere a un delfino che gli copra le spalle. E finirà per
    pagare un lungo conto tutto insieme.
    “!Ulises ya cayó! Ya cayó!”, (il governatore è già caduto!) uno slogan
    urlato prematuramente nel 2006, sta a un passo dall’avverarsi.

    La
    Guelaguetza è la maggiore festa di Oaxaca


di gianni

pubblicato il 2 maggio 2010

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LEGGERE E RIFLETTERE…INDOVINA CHI?

Circola
da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante.

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.

Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?

Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per
interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente
conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al
forte
piuttosto che al giusto.

Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il
tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre
il
tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile
effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un
popolo
onesto, sarebbe stato tutt’ al più il leader di un partito di  modesto
seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della
gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato
il
capo del governo.

Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.

Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza
credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di
famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si
circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile,
e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza
un
proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
rappresentare."

Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a B.
Mussolini…

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1° Marzo a Piacenza

Oggi si è svolto il presidio contro il razzismo ai giardini
Margherita a piacenza sono stati numerosi gli interventi su i temi che
purtroppo tutti conosciamo benissimo…lavoro, diritti e doveri,
permesso di soggiorno a punti per chi è fortunato e cpt per chi non
riesce a regolarizzarsi…toccati anche il tema delle nostre
multinazionali che vanno nei loro paesi e rubano tutto e fanno andare in
guerra i bambini per la legge del DIVIDI E COMANDA e per far mantenere
il tenore di vita dell’occidente così com’è. Un altro tema è
quell’ospedale ì, delle ritenute fatte agli stipendi dei dottori che si
sono permessi di curare bambini di extracomunitari come se loro non
hanno bisogno.

I giardini Margherita sono un punto della città motlo discusso, ci sono sempre gli immigrati ed è vicino alla via Roma, altro posto pieno di immigrati, questo posto è stato scelto per essere rivalutato e per far capire alla popolazione piacentina che questi posti non sono da evitare o da far evitare ai propri figli.

Le intenzioni ci sono le persone anche, gli immigrati devono prendere coscienza della loro forza e del fatto che sono ormai parte determinante della nostra società e non più una minoranza;

STUDENTI OPERAI IMMIGRATI UNITI NELLA LOTTA

 

 

 

 

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Leggiamo e riflettiamo: una parte di saggio su cui riflettere di privatizzazione di università e sanità, uno spunto interessante anche sul “perchè studiare?” e “perchè non privatizzare”

Volevo proporre questo brano tratto da "L’EPOCA DELLE PASSIONI TRISTI" (Miguel Benasayag e Gérard Shmit)scritto da due psichiatri che analizzano la crisi individuale psicologica che attraversa il mondo da un po di anni a questa parte una crisi che è data dall’inversione del futuro etc…In questo brano volevo cogliere uno spunto di riflessione sulla privatizzazione di ospedali e università ma soprattuto sul TEMPO, e sul avere tutto subito, sul fatto che non si impara più per il piacere i apprendere e conoscere…BUONA LETTURA!!

 

 

<<  Una nuova gerarchia utilitarista

Nella mente di coloro che vogliono aiutare i giovani do-
mina l’idea di un futuro minaccioso. Ecco che allora chi
esercita una responsabilita pedagogica si comporta come
se avesse di fronte un pericolo: deve combattere per supe-
rarlo e per aiutare il maggior numero di persone a uscirne
vittoriose. Cosi la nostra societa diventa sempre piu dura:
ogni sapere deve essere “utile", ogni insegnamento deve
“servire a qualcosa". Con la vittoria assoluta del neoliberi-
smo, infatti, l’economicismo e diventato, nel mondo odier-
no, una specie di seconda natura, I’economia é.
Anche il lavoro clinico é influenzato dall’efficientismo.
Non cedere a questa pressione e dar prova di un’autentica
forma di resistenza. Oggi la tendenza a conformare gli
ospedali pubblici al modello imprenditoriale, secondo la
celebre formula “l’ospedale é un’impresa”, lanciata qualche
anno fa, porta a ragionare quasi esclusivamente in termini
di logica economica e strategica. I responsabili ammini-
strativi e medici sono invitati a trattare in problemi di salute
da un punto di vista economico: diventano cosi prigionieri
-molti contro la loro volonta- di una logica economica
che tende a escludere, o a non tenere sufficientemente in
conto, le altre logiche, ben diverse, che entrano in gioco
nella pratica medica. Indubbiamente, la gestione ospeda-
liera e un compito necessario e gravoso, ma risulterebbe
piu agevole se si articolasse a partire da una riflessione ap-
profondita sui bisogni e sulle aspettative reali dei pazienti,
sulle competenze e sull’impegno dei professionisti, oltre
che naturalmente sulla natura specifica di cio che deve es-
sere "gestito", vale a dire la sofferenza, e talvolta il rappor-
to con la morte e con gli innumerevoli drammi umani. La
produttivita é ben lungi dall’essere l’unica posta in gioco e i
punti di vista non meramente economici non sono affatto
infantili o chimerici. “Non ho saputo ascoltare abbastan-
za," affermava recentemente un ex ministro della Sanita.
Anche qui c’e, effettivamente, un problema di ascolto.
Lo stesso vale per la Pubblica istruzione ma anche in que-
sto ambito la ricerca dell’efficienza immediata tende a im-
porsi come ideologia, se non come obiettivo accessibile. Il
senso dell’insegnamento, la scelta dei programmi, o ancora
l’epurazione di ogni forma di sapere non immediatamente
utile non paiono fondarsi sempre su un’autentica riflessio-
ne collettiva. Infatti, per molti e chiaro ed evidente che non
cisi puo concedere il “lusso” di imparare cose che non ser-
vono… E che gli sforzi di tutti, allievi e insegnanti, devono
essere tesi alla ricerca delle competenze migliori e dei di-
plomi piu qualificati, sola garanzia di sopravvivenza in
questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratteriz-
zato dalla lotta economica di tutti contro tutti.
Di colpo si e creata una tacita gerarchia dei mestieri.
Vedendo un giardiniere, ad esempio, non si puo piu pen-
sare semplicemente: “Quest’uomo ha scelto questo mestie-
req perché gli piace". Per i giovani rappresenta una scelta
che rimanda molto concretamente a un “orientamento",
ovvero a un fallimento in un determinato momento del
percorso scolastico. Lo stesso vale per il muratore o il fale-
gnarne: non conta che amino o meno il loro lavoro, la loro
scelta professionale resta comunque, agli occhi della so-
cieta, frutto di un insuccesso. Nella logica di questa sele-
zione "naturale", un infermiere e uno che "non era in gra-
do cli fare il medico", perché ha perso la gara per arrivare
in cima.
In questa logica, degna di un allevamento industriale,
gli inni alla “differenza" e alla “diversita", rimarranno di-
chiarazioni vane e illusorie, alle quali, evidentemente, non
credera nessuno finché non verra garantito il rispetto del-
la diversita dei percorsi individuali. Questa realta della se-
lezione, o piuttosto dei “binari morti", e quella in cui vive
e pensa il giovane di oggi. E questo lo schema di riferi-
mento del ragazzo che, a un certo punto, aggredisce la sua
insegnante. I’insegnante, dal canto suo, ha ben interioriz-
zato questa dimensione, ma cerca allo stesso tempo di
aiutarlo in un mondo in cui lei stessa non sempre si trova
a suo agio. Gli schemi di riferimento del giovane e del pro-
fessore corrispondono a due visioni della realta che si svi-
luppano parallelamente, ciascuna per conto proprio, e che
nel momento in cui si incontrano non possono che dar
luogo a una catena di fraintendimenti reciproci e quindi
inevitabilmente scontrarsi.>>

 

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BLOG AGGIORNATI

BLOG APPENA AGGIRONATI POWWA

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NEW ILLUSTRATION

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Nuovi disegni

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